venerdì 28 aprile 2017

La strana storia di Anna Bolena alla Scala di Milano



Dopo 35 anni ritornava Anna Bolena alla Scala di Milano, e come fu in quell’ultima occasione, ritornano anche le polemiche che l’avevano in qualche modo accompagnata.
Inguardabile, impresentabile, inaccettabile e chi più ne ha più ne metta. Questo è stato a buon vedere il risultato ottenuto alla première di quest’ultima attesa produzione alla Scala di Milano.

Una prima recita segnata da un pubblico che ha voluto a suon di disapprovazioni decretare l’insuccesso soprattutto all’indirizzo delle scelte registiche e dell’edizione musicale proposta. Contestazioni e polemiche poi riprese con altrettanta veemenza alla successiva produzione proposta dal teatro stesso de “La Gazza ladra” di Rossini, a completarne un quadretto non certo fra i più riusciti del cartellone scaligero di Aprile 2017. Questi episodi così ravvicinati fanno comunque riflettere.



Fa riflettere infatti non proprio l’accaduto a sé stante, ma piuttosto che la medesima situazione si sia presentata, quasi in fotocopia, in ben due diverse produzioni proposte dal Teatro stesso nell’arco di pochissimi giorni per due titoli da tempo non rappresentati a Milano: quasi come uno strano presagio annunciato a priori che doveva esserci, essere e c’è stato.

Dopo averne appreso la critica attraverso giornali, e poi anche grazie ai siti, blog, forum, social network e affini che danno voce a tutto e tutti, me compreso, in consapevolezza di questo clamore creato intorno agli eventi, mi reco al Teatro alla Scala per prendere visione di “Anna Bolena” giunta alla sua sesta e penultima recita il 20 aprile 2017. Con tanti pensieri negativi in testa e con l’idea fissa di assistere in qualunque modo a uno spettacolo che di spettacolo in se avrebbe davvero avuto ben poco o nulla.
Ma, con mia sorpresa, non sarà infine proprio tutto così. Ecco di seguito il mio personale resoconto, partendo subito però da una prima dolente nota confermata.

Il plumbeo impianto scenico proposto da Marie- Louise Bischofberger proveniente dal teatro di Bordeaux che dall’apertura del sipario sarò costantemente presente con qualche minima variante in corso d’opera, insidia subito il forte timore di quanto era stato raccontato. Senza entrare nello specifico dei particolari già ampiamente riportati in altre pagine, ci si può limitare a dire che il tutto il suo insieme lascia spazio solo al rimpianto per qualcosa di nuovo che poteva starci ed esserci ma che purtroppo è venuto a mancare così come la regia in sé, apparsa poco più che accennata in alcuni sporadici momenti quanto profondamente assente in altri. Si dovrà quindi attendere una prossima occasione per vedere davvero un allestimento degno di questo capolavoro di Donizetti.



Sul fronte vocale c’è da premettere che per quanto, ad eccezione della giovane protagonista, i nomi di rilievo ed esperienza non mancassero, la sensazione complessiva è stata quella che non tutti fossero visibilmente a loro agio, a ben donde, in questo contesto registico e musicale.

Non per questo un seppur buon risultato complessivo è venuto a mancare a partire proprio dalla incoraggiante prova del talentuoso soprano Federica Lombardi, dotata di mezzi assai importanti e di evidente personalità scenica. Certo, la mancanza di una prima donna di rilievo che poteva rispondere come i vertici della Scala avevano inizialmente pensato al nome di Anna Netrebko, passando poi dalle prime recite del soprano russo Hibla Gerzmava, può essere rimasto deluso nel non trovarsi davanti a un nome da prima pagina in un titolo profondamente incentrato sulla protagonista stessa. Ma il giovane soprano ha molto ben figurato e si è dimostrata all’altezza del ruolo e dell’importante palcoscenico facendo sfoggio di una linea tecnica e di canto pulita e gradevole evidenziata in tutti i momenti dell’opera, soprattutto nella drammaticità del finale. Prodotto nostrano appartenente all’Accademia della Scala, a cui va riconosciuto il merito di averci creduto, convince pienamente al primo ascolto e se le premesse qui sentite saranno mantenute nel tempo, avrà sicuramente garantito un futuro cristallino.

Il tenore Piero Pretti ha dimostrato di possedere una padronanza assoluta del proprio mezzo. Convince appieno il suo Percy per fraseggio, musicalità e colore vocale con acuti sicuri e ben proiettati sui quali costruisce gran parte del suo successo personale nella serata.



Ottima la prova di Carlo Colombara nei panni di Enrico VIII, che pare aver pienamente recuperato i suoi standard dopo una bronchite con la quale aveva dovuto convivere durante la prima recita. Il basso ha potuto rimettere così in evidenza il velluto del suo timbro e la sicurezza del suo canto anche nelle note più acute.


Non da meno la Seymour di Sonia Ganassi che si è consolidata ancora una volta come una delle migliori voci interpreti del ruolo. Una prova sempre rassicurante per tecnica, fraseggio preciso ed emissione chiara e limpida.

Buone prove anche per lo Smeton di Martina Belli, il Lord Rocheford interpretato da Mattia Denti così come per il Coro sempre molto ben preparato dal Maestro Bruno Casoni.

Tutt’altro che da ricordare invece la direzione del Maestro Ion Marin al quale oltre alle scelte discutibili sui tagli effettuati, ha tenuto fin troppo sostenuta, sia in termini di velocità che di volume del suono, la sempre e comunque ottima orchestra della Scala, questa volta innocente colpevole del forte risultato sonoro che ne è scaturito.

Applausi finali dai toni in verità piuttosto blandi con la sensazione a pelle che questa produzione si sia ascoltata, probabilmente per troppe serate e forse condizionati dall’esito della prima, più con gli occhi che con le orecchie.


Album Fotografico: Foto di Marco Brescia & Rudy Amisano
Recensione a cura di Riccardo Ferrari

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